2017/06/08

8 giugno 1985 - Salvataggio segreto di una stazione spaziale: Soyuz T-13/Salyut 7

Questo articolo è tratto dal libro digitale Almanacco dello Spazio ed è stato pubblicata su carta nel numero 0/2017 della rivista Spazio Magazine dell'Associazione ADAA.

È l’8 giugno del 1985: due cosmonauti stanno per dare una prova straordinaria di coraggio e ingegno al freddo, al buio e circondati dal vuoto dello spazio che non perdona gli errori.

Vladimir Dzhanibekov e Viktor Savinikh, a bordo della loro piccola navicella spaziale Soyuz T-13 partita due giorni prima dal cosmodromo di Baikonur, in Kazakistan, sono in orbita intorno alla Terra, vicini alla stazione Salyut-7, alla quale devono attraccare. Ma questo non è un attracco come gli altri: la Salyut è morta, inerte, gelida e ostile.

Da mesi non trasmette più dati sulle proprie condizioni; i suoi pannelli solari, ai lati della sua struttura cilindrica lunga sedici metri e larga quattro, sono vistosamente storti e disallineati, come in una parodia delle eleganti simmetrie tipiche dei veicoli spaziali. La stazione è incapace di fornire i segnali radio e radar necessari per l’avvicinamento e l’aggancio.

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La Salyut-7 disattivata, vista dall’equipaggio della Soyuz T-13 all‘arrivo. Si notano i pannelli solari disallineati.

Ammesso che riescano ad attraccare, Dzhanibekov e Savinikh non hanno idea di cosa troveranno all’interno: per quel che ne sanno, potrebbe esserci stato un incendio o un impatto meteorico con conseguente depressurizzazione e perdita irrimediabile di quello che fino a poco tempo prima era un simbolo del successo del programma spaziale sovietico.

La Salyut-7 che si presenta ai due cosmonauti è in orbita dal 1982 e ha ospitato numerosi record, come la missione più lunga fino a quel momento (i 237 giorni di Leonid Kizim e Vladimir Solovyov), stracciando il primato americano dello Skylab, ed ha accolto numerosi equipaggi, fra cui il primo cosmonauta francese (Jean-Loup Chrétien), il primo cosmonauta indiano (Rakesh Sharma) e la prima donna ad effettuare un’attività extraveicolare (la russa Svetlana Savitskaya). Dzhanibekov stesso l’ha visitata due volte. Ma ora la stazione orbita silente da febbraio, quando un errore procedurale dei tecnici a terra ha causato una catena di corti circuiti che ha portato allo spegnimento totale e irrevocabile dei sistemi di bordo.

È indispensabile salvare la Salyut-7, per non tenere fermo per oltre un anno il programma spaziale sovietico intanto che viene approntata la futura stazione Mir e soprattutto per non perdere la faccia davanti ai rivali americani, che stanno collezionando successi e prestigio internazionale con il loro programma Shuttle. Ufficialmente va tutto bene: il 2 marzo 1985 la Pravda ha scritto che “il programma di lavoro della Salyut-7 è stato completato e la stazione è stata disattivata e continua il suo volo in modalità automatica.” In realtà l’unico modo per salvare la stazione è salirvi a bordo, e bisogna farlo senza l’assistenza dei suoi sistemi di rendez-vous.

È per questo che per questa spedizione di soccorso è stato scelto il quarantatreenne Dzhanibekov, comandante della Soyuz: ha già dimostrato talento negli attracchi manuali nel 1982, quando la sua Soyuz T-6 ha avuto un guasto al computer di attracco automatico a soli 900 metri dalla destinazione e il cosmonauta è intervenuto manualmente, attraccando con successo proprio alla Salyut-7. Ma in quel caso la Salyut-7 collaborava: ora no. Dzhanibekov e Savinikh devono usare una procedura mai tentata prima, volando lateralmente perché la Soyuz non ha finestrini frontali dai quali avvistare la Salyut e adoperando un telemetro laser, per misurare la propria distanza e velocità rispetto alla stazione man mano che si avvicinano, e occhiali per la visione notturna in caso di attracco mentre sorvolano la faccia non illuminata della Terra. Al posto del terzo cosmonauta, la Soyuz T-13 trasporta acqua, viveri e propellente in più.

Anche il quarantacinquenne Viktor Savinikh, ingegnere di volo della missione, è stato scelto per la sua speciale competenza: è l’unico cosmonauta che conosca a fondo i sistemi di bordo della stazione Salyut-7, e questo sarà indispensabile per affrontare le riparazioni che si presenteranno. A patto di riuscire prima ad attraccare.

I tecnici a terra vedono in diretta le immagini del rendez-vous man mano che i cosmonauti si avvicinano e notano i pannelli solari storti: sanno che è un segno che l’impianto elettrico della stazione non funziona più del tutto. Ma perlomeno la Salyut è abbastanza stabile e ruota su se stessa abbastanza lentamente. I cosmonauti le volano intorno per ispezionarla dall’esterno. Dzhanibekov, arrivato a 200 metri di distanza, accende brevemente i motori di manovra, avvicina la propria Soyuz cautamente e lentamente al punto d’attracco anteriore della stazione e lo aggancia. È un grande successo, che dimostra per la prima volta nella storia dell’astronautica che è possibile localizzare, raggiungere e agganciare un oggetto inerte e non cooperante in orbita.

Dopo l’attracco e il successivo accoppiamento a tenuta stagna fra la Soyuz e la Salyut, occorre equilibrare le pressioni fra i due veicoli e poi aprire tre portelli per raggiungere lo spazio abitativo vero e proprio della stazione. I primi due, quello della Soyuz e quello esterno della Salyut, si aprono senza problemi. Il terzo, quello interno che porta allo spazio abitativo, è imperlato di condensazione: brutto segno. Non si sa cosa ci sia dall’altra parte di quell’ultimo portello, per cui i due cosmonauti tendono l’orecchio per sentire eventuali sibili di depressurizzazione rapida quando aprono lentamente la valvola di compensazione e si tengono pronti alla fuga verso la Soyuz. Il sibilo c’è, ma dura poco: segno che nella stazione c’è ancora aria a una pressione vicina a quella di bordo della Soyuz. Dzhanibekov apre finalmente l’ultimo portello ed entra nella stazione abbandonata. Riferisce a terra: “Колотун!” (kalatun, ossia “freddo da brividi”).

Le condizioni della Salyut sono disastrose. Senza energia elettrica dai pannelli solari, le batterie sono a terra e i sistemi di riscaldamento sono inattivi da mesi, e quindi l’acqua conservata a bordo si è ghiacciata e tutti gli impianti di bordo sono rimasti esposti a lungo a temperature ben più basse di quelle di progetto. I sensori portati dai cosmonauti indicano una temperatura gelida di 3°C, ma perlomeno nessun accumulo di gas pericolosi. Indossando comunque le maschere antigas, i due cosmonauti si avventurano nella stazione per togliere le coperture ai finestrini e lasciar entrare la luce esterna quando sorvolano la zona diurna della Terra; per il resto dell’orbita devono usare le torce elettriche. Le pareti sono rivestite di brina. Con cautela si tolgono le maschere, anche per vedere meglio nella poca luce disponibile: non c’è odore di bruciato, ed è già qualcosa. Sul tavolo della Salyut trovano cracker e pastiglie di sale: un confortante regalo di benvenuto tradizionale russo, lasciato dall’equipaggio precedente.

Il silenzio nella stazione ferita è spettrale. Normalmente, in una stazione spaziale operativa ci sono mille rumori di ventole, pompe e macchinari, ma qui è come stare in una vecchia casa abbandonata, dicono i cosmonauti. Con la differenza che al di là del muro qui c’è la morte in venti secondi e che il respiro esalato dai cosmonauti si raccoglie intorno a loro, a causa della mancanza di ventilazione, col rischio di morire per intossicazione da anidride carbonica. Per sicurezza, un solo cosmonauta per volta lavora nella stazione e l’altro lo tiene d’occhio dalla Soyuz, pronto a intervenire ai primi segni di intossicazione. Comincia per primo Dzhanibekov, mentre Savinikh lo sorveglia.

Dalla Terra, il controllo missione a un certo punto chiede a Dzhanibekov di provare a sputare e vedere se la saliva ghiaccia. “Sì, in tre secondi”, risponde il cosmonauta. “Questo non ci conforta affatto”, gli dicono da Terra. “Neanche noi”, ribatte laconico Dzhanibekov. Fa talmente freddo nella Salyut che i cosmonauti sono costretti a indossare le tute termiche, i guanti e il colbacco, rifugiandosi nella Soyuz per riscaldarsi durante le ore di riposo.


Vladimir Dzhanibekov lavora al freddo dentro la Salyut-7 per ripararla.

Nei giorni successivi i due cosmonauti troveranno che sei batterie elettriche su otto sono ancora recuperabili, per cui le collegheranno direttamente ai pannelli solari e poi useranno i motori di manovra della Soyuz per orientare l’intera stazione in modo che i pannelli siano rivolti verso il sole. Dopo un giorno di questa ricarica improvvisata, le batterie saranno sufficienti a riaccendere le luci di bordo della stazione e a iniziare la graduale riattivazione degli impianti di bordo: ventilazione, rigeneratori per purificare l’aria, apparati di comunicazione (che dovranno essere sostituiti perché andati in corto circuito), riscaldatori.

Dopo sei giorni di duro lavoro, l’acqua di bordo comincerà a sciogliersi, appena prima di esaurirne le scorte, e il sistema di attracco automatico tornerà a funzionare, consentendo quindi il successivo attracco delle navicelle automatiche Progress che riforniranno la stazione, portando anche tute spaziali di ricambio (quelle della Salyut sono rovinate dal gelo). Il riscaldatore per l’acqua è distrutto, per cui i cosmonauti si ingegneranno scaldando i liquidi con una potente lampada per le riprese televisive fino all’arrivo dei ricambi a bordo della prima Progress a fine giugno del 1985. Ma pian piano la sfida impossibile di ridare vita a una stazione morta verrà vinta e la Salyut-7 tornerà in vita.


La Salyut-7 riparata, vista dall’equipaggio della Soyuz T-13.

Alla fine di tutta questa fatica, i due cosmonauti non torneranno subito a casa a riprendersi dall’avventura, ma resteranno a lungo nello spazio, nella casa orbitante che hanno riparato: Dzhanibekov rimarrà a bordo della Salyut-7 per 110 giorni e Savinikh per 168. I due verranno raggiunti e poi sostituiti da altri cosmonauti, che si avvicenderanno fino a luglio del 1986. L’enorme lavoro di riparazione svolto verrà tenuto pressoché segreto.

Grazie al coraggio e talento di Dzhanibekov e Savinikh, la Salyut-7 diventerà la più longeva di tutte le Salyut, restando operativa per otto anni (più di ogni altra stazione fino a quel momento, compreso lo Skylab statunitense). Il record verrà battuto soltanto dalla futura Mir e poi dalla Stazione Spaziale Internazionale.

Prima di precipitare sulla Terra nel 1991, infine, la Salyut-7 sarà coprotagonista di un altro primato tuttora ineguagliato: un doppio trasferimento di equipaggio da una stazione spaziale a un’altra. A marzo del 1986, Leonid Kizim e Vladimir Solovyov (gli stessi del record di durata) partiranno dalla Terra con la Soyuz T-15, visiteranno prima la nuova stazione Mir per due mesi e poi voleranno alla Salyut-7, a 4000 chilometri di distanza e su un’orbita più bassa, restandovi un mese e mezzo per completare il lavoro degli equipaggi precedenti, ripartendo poi con quasi 400 chili di materiali ed esperimenti di bordo verso la Mir, compiendo un delicatissimo balletto orbitale a tre. Nessun altro, nei decenni successivi, tenterà un’impresa del genere.

La Salyut-7, arrivata a fine vita, precipiterà sulla Terra a febbraio del 1991 e alcuni suoi frammenti cadranno in Argentina, concludendo con un ultimo spettacolo di stelle cadenti artificiali uno dei più avventurosi e meno conosciuti capitoli dell’astronautica e lasciando in eredità lezioni di coraggio, bravura e tenacia di progettisti, tecnici, controllori di missione e cosmonauti che verranno rispecchiate nella futura Stazione Spaziale Internazionale.


Fonti: New York Times, 7 febbraio 1991; Salyut 7, NASA; Mir Hardware Heritage, NASA, pp. 99-102; The little-known Soviet mission to rescue a dead space station, Nickolai Belakovski; People in the Control Loop, Boris Chertok, in Rockets and People, NASA.