2017/08/05

5 agosto 1930 - Nasce l’astronauta Neil Armstrong, uomo di piccoli passi e grande umanità

Questa storia è tratta dal libro digitale Almanacco dello Spazio.

A Wapakoneta, in Ohio, nasce Neil Alden Armstrong. Volerà nello spazio nel 1966 con la missione Gemini 8 e nel 1969 con la missione Apollo 11, durante la quale diventerà il primo pilota ad atterrare sulla Luna e il primo essere umano a camminare sulla superficie selenica, seguito pochi minuti dopo dal collega Buzz Aldrin. Morirà a 82 anni il 25 agosto 2012.

“A tutti noi piace essere riconosciuti non per un breve fuoco d'artificio, ma per il bilancio del nostro lavoro quotidiano”
Neil Armstrong, CBS News, 2005

Embed from Getty Images Embed from Getty Images
Neil Armstrong, stanco ma felice, nel modulo lunare Eagle, dopo aver compiuto i primi passi dell'umanità sulla Luna insieme a Buzz Aldrin, il 21 luglio 1969.


2017/06/30

30 giugno 1971 - Soyuz 11: tre cosmonauti muoiono al rientro

Questa storia è tratta dal libro digitale Almanacco dello Spazio.

La Soyuz 11 rientra sulla Terra, in Kazakistan, dopo un viaggio spaziale trionfale. Georgi Dobrovolski, Vladislav Volkov e Viktor Patsayev sono rimasti nello spazio per 23 giorni, battendo il record mondiale di durata e hanno effettuato la prima visita a una stazione spaziale. I loro volti sono familiari a tutti i sovietici perché hanno uno spazio televisivo tutto loro ogni sera. Il volo della Soyuz 11 è la risposta perfetta al recente successo americano di Apollo 11, che ha effettuato il primo sbarco umano sulla Luna.

Il rientro procede in maniera automatica, come consueto. Le squadre di recupero si avvicinano alla capsula, coricata sul terreno, accompagnata dal suo grande paracadute, che si è aperto regolarmente. I razzi di frenata hanno agito come previsto. Le condizioni meteorologiche al suolo sono perfette. Ma gli uomini che arrivano per accogliere i tre cosmonauti sono costretti a trasmettere ai responsabili del programma spaziale un messaggio in codice scioccante: le tre cifre 1-1-1.

Nella procedura di comunicazione dell’epoca, le condizioni dei cosmonauti vengono annunciate usando per ciascuno le cifre da 5 a 1. Un 5 indica condizioni di salute ottime; 4 indica condizioni buone; 3 segnala ferite; 2 riferisce ferite gravi; e 1 annuncia il decesso. Dobrovolski, Volkov e Patsayev sono morti. Sul viso hanno segni bluastri; è colato sangue dal naso e dalle orecchie. I soccorritori tentano una disperata rianimazione, ma è tutto inutile. I tre sono morti per asfissia da decompressione da oltre mezz’ora e sono rimasti esposti al vuoto per almeno undici minuti. È la prima volta nella storia dell’esplorazione spaziale che un equipaggio muore nello spazio.

Durante il ritorno a Terra, al momento della normale separazione del modulo orbitale della Soyuz dal modulo di rientro, lo scossone del distacco ha aperto erroneamente in anticipo uno sfiato e l’aria della piccola cabina è sfuggita rapidamente nel vuoto dello spazio, a oltre 100 chilometri di quota. I tre cosmonauti non indossano una tuta pressurizzata, che li salverebbe, perché nella Soyuz di allora (parente stretta di quella che vola tuttora) non c’è spazio per tre persone in tuta.

L’equipaggio ha avuto meno di un minuto per tentare di individuare la causa della fuga d’aria prima di essere sopraffatto dagli inevitabili effetti della decompressione. I registratori di bordo documentano freddamente che 50 secondi dopo il distacco del modulo orbitale il battito cardiaco di Patsayev è precipitato da oltre 90 a 42 pulsazioni al minuto, segno inequivocabile di privazione d’ossigeno, e che 110 secondi dopo l’apertura accidentale dello sfiato i cuori dei tre cosmonauti hanno cessato di battere.

L’Unione Sovietica è scossa dalla tragedia e celebra per Dobrovolski, Volkov e Patsayev dei grandi funerali di stato, ai quali partecipa anche l’astronauta statunitense Tom Stafford, ma le cause precise del disastro vengono tenute segrete. I dettagli delle autopsie dell’equipaggio della Soyuz 11 sono segreti ancora oggi. Il difetto fatale dello sfiato verrà reso pubblico, perlomeno in Occidente, soltanto due anni più tardi. I russi svilupperanno rapidamente una tuta pressurizzata compatta e leggera, la Sokol-K, che verrà usata per tutti i voli spaziali successivi, e lo sfiato verrà riprogettato.

Il disastro della Soyuz 11 scuote anche il programma spaziale statunitense. Inizialmente il segreto assoluto sulle cause tecniche della morte dei tre cosmonauti fa sospettare che la lunga permanenza nello spazio abbia influito in qualche modo sulle loro condizioni fisiche: visto che un anno prima i cosmonauti Nikolayev e Sevastyanov, dopo 18 giorni di volo spaziale, quasi non riuscivano a reggersi in piedi, si teme che la permanenza da record dei tre (23 giorni) abbia raggiunto un limite fisiologico invalicabile.

Una volta rivelata l’asfissia di Dobrovolski, Volkov e Patsayev, la missione lunare statunitense Apollo 15, che deve partire qualche settimana dopo la tragedia, verrà cambiata per tenerne conto: Scott e Irwin dovranno indossare le tute pressurizzate durante il decollo dalla Luna, la progettazione dei finestrini, dei portelli, delle valvole e dei cablaggi del modulo lunare e del modulo di comando verrà riesaminata a fondo e verranno studiati i possibili effetti di una depressurizzazione del modulo di comando durante il rientro nell’atmosfera terrestre.

Nel 2016 la Russia erigerà un nuovo monumento in ricordo dei tre cosmonauti presso il luogo del loro atterraggio.

Jun30-1971-spacefacts-soyuz-11-men
Georgi Dobrovolski (in basso a sinistra), Viktor Patsayev (in alto a sinistra) e Vladislav Volkov (a destra) durante l’addestramento a terra. Credit: Spacefacts.

2017/06/08

8 giugno 1985 - Salvataggio segreto di una stazione spaziale: Soyuz T-13/Salyut 7

Questo articolo è tratto dal libro digitale Almanacco dello Spazio ed è stato pubblicata su carta nel numero 0/2017 della rivista Spazio Magazine dell'Associazione ADAA.

È l’8 giugno del 1985: due cosmonauti stanno per dare una prova straordinaria di coraggio e ingegno al freddo, al buio e circondati dal vuoto dello spazio che non perdona gli errori.

Vladimir Dzhanibekov e Viktor Savinikh, a bordo della loro piccola navicella spaziale Soyuz T-13 partita due giorni prima dal cosmodromo di Baikonur, in Kazakistan, sono in orbita intorno alla Terra, vicini alla stazione Salyut-7, alla quale devono attraccare. Ma questo non è un attracco come gli altri: la Salyut è morta, inerte, gelida e ostile.

Da mesi non trasmette più dati sulle proprie condizioni; i suoi pannelli solari, ai lati della sua struttura cilindrica lunga sedici metri e larga quattro, sono vistosamente storti e disallineati, come in una parodia delle eleganti simmetrie tipiche dei veicoli spaziali. La stazione è incapace di fornire i segnali radio e radar necessari per l’avvicinamento e l’aggancio.

Descrizione non ancora disponibile
La Salyut-7 disattivata, vista dall’equipaggio della Soyuz T-13 all‘arrivo. Si notano i pannelli solari disallineati.

Ammesso che riescano ad attraccare, Dzhanibekov e Savinikh non hanno idea di cosa troveranno all’interno: per quel che ne sanno, potrebbe esserci stato un incendio o un impatto meteorico con conseguente depressurizzazione e perdita irrimediabile di quello che fino a poco tempo prima era un simbolo del successo del programma spaziale sovietico.

La Salyut-7 che si presenta ai due cosmonauti è in orbita dal 1982 e ha ospitato numerosi record, come la missione più lunga fino a quel momento (i 237 giorni di Leonid Kizim e Vladimir Solovyov), stracciando il primato americano dello Skylab, ed ha accolto numerosi equipaggi, fra cui il primo cosmonauta francese (Jean-Loup Chrétien), il primo cosmonauta indiano (Rakesh Sharma) e la prima donna ad effettuare un’attività extraveicolare (la russa Svetlana Savitskaya). Dzhanibekov stesso l’ha visitata due volte. Ma ora la stazione orbita silente da febbraio, quando un errore procedurale dei tecnici a terra ha causato una catena di corti circuiti che ha portato allo spegnimento totale e irrevocabile dei sistemi di bordo.

È indispensabile salvare la Salyut-7, per non tenere fermo per oltre un anno il programma spaziale sovietico intanto che viene approntata la futura stazione Mir e soprattutto per non perdere la faccia davanti ai rivali americani, che stanno collezionando successi e prestigio internazionale con il loro programma Shuttle. Ufficialmente va tutto bene: il 2 marzo 1985 la Pravda ha scritto che “il programma di lavoro della Salyut-7 è stato completato e la stazione è stata disattivata e continua il suo volo in modalità automatica.” In realtà l’unico modo per salvare la stazione è salirvi a bordo, e bisogna farlo senza l’assistenza dei suoi sistemi di rendez-vous.

È per questo che per questa spedizione di soccorso è stato scelto il quarantatreenne Dzhanibekov, comandante della Soyuz: ha già dimostrato talento negli attracchi manuali nel 1982, quando la sua Soyuz T-6 ha avuto un guasto al computer di attracco automatico a soli 900 metri dalla destinazione e il cosmonauta è intervenuto manualmente, attraccando con successo proprio alla Salyut-7. Ma in quel caso la Salyut-7 collaborava: ora no. Dzhanibekov e Savinikh devono usare una procedura mai tentata prima, volando lateralmente perché la Soyuz non ha finestrini frontali dai quali avvistare la Salyut e adoperando un telemetro laser, per misurare la propria distanza e velocità rispetto alla stazione man mano che si avvicinano, e occhiali per la visione notturna in caso di attracco mentre sorvolano la faccia non illuminata della Terra. Al posto del terzo cosmonauta, la Soyuz T-13 trasporta acqua, viveri e propellente in più.

Anche il quarantacinquenne Viktor Savinikh, ingegnere di volo della missione, è stato scelto per la sua speciale competenza: è l’unico cosmonauta che conosca a fondo i sistemi di bordo della stazione Salyut-7, e questo sarà indispensabile per affrontare le riparazioni che si presenteranno. A patto di riuscire prima ad attraccare.

I tecnici a terra vedono in diretta le immagini del rendez-vous man mano che i cosmonauti si avvicinano e notano i pannelli solari storti: sanno che è un segno che l’impianto elettrico della stazione non funziona più del tutto. Ma perlomeno la Salyut è abbastanza stabile e ruota su se stessa abbastanza lentamente. I cosmonauti le volano intorno per ispezionarla dall’esterno. Dzhanibekov, arrivato a 200 metri di distanza, accende brevemente i motori di manovra, avvicina la propria Soyuz cautamente e lentamente al punto d’attracco anteriore della stazione e lo aggancia. È un grande successo, che dimostra per la prima volta nella storia dell’astronautica che è possibile localizzare, raggiungere e agganciare un oggetto inerte e non cooperante in orbita.

Dopo l’attracco e il successivo accoppiamento a tenuta stagna fra la Soyuz e la Salyut, occorre equilibrare le pressioni fra i due veicoli e poi aprire tre portelli per raggiungere lo spazio abitativo vero e proprio della stazione. I primi due, quello della Soyuz e quello esterno della Salyut, si aprono senza problemi. Il terzo, quello interno che porta allo spazio abitativo, è imperlato di condensazione: brutto segno. Non si sa cosa ci sia dall’altra parte di quell’ultimo portello, per cui i due cosmonauti tendono l’orecchio per sentire eventuali sibili di depressurizzazione rapida quando aprono lentamente la valvola di compensazione e si tengono pronti alla fuga verso la Soyuz. Il sibilo c’è, ma dura poco: segno che nella stazione c’è ancora aria a una pressione vicina a quella di bordo della Soyuz. Dzhanibekov apre finalmente l’ultimo portello ed entra nella stazione abbandonata. Riferisce a terra: “Колотун!” (kalatun, ossia “freddo da brividi”).

Le condizioni della Salyut sono disastrose. Senza energia elettrica dai pannelli solari, le batterie sono a terra e i sistemi di riscaldamento sono inattivi da mesi, e quindi l’acqua conservata a bordo si è ghiacciata e tutti gli impianti di bordo sono rimasti esposti a lungo a temperature ben più basse di quelle di progetto. I sensori portati dai cosmonauti indicano una temperatura gelida di 3°C, ma perlomeno nessun accumulo di gas pericolosi. Indossando comunque le maschere antigas, i due cosmonauti si avventurano nella stazione per togliere le coperture ai finestrini e lasciar entrare la luce esterna quando sorvolano la zona diurna della Terra; per il resto dell’orbita devono usare le torce elettriche. Le pareti sono rivestite di brina. Con cautela si tolgono le maschere, anche per vedere meglio nella poca luce disponibile: non c’è odore di bruciato, ed è già qualcosa. Sul tavolo della Salyut trovano cracker e pastiglie di sale: un confortante regalo di benvenuto tradizionale russo, lasciato dall’equipaggio precedente.

Il silenzio nella stazione ferita è spettrale. Normalmente, in una stazione spaziale operativa ci sono mille rumori di ventole, pompe e macchinari, ma qui è come stare in una vecchia casa abbandonata, dicono i cosmonauti. Con la differenza che al di là del muro qui c’è la morte in venti secondi e che il respiro esalato dai cosmonauti si raccoglie intorno a loro, a causa della mancanza di ventilazione, col rischio di morire per intossicazione da anidride carbonica. Per sicurezza, un solo cosmonauta per volta lavora nella stazione e l’altro lo tiene d’occhio dalla Soyuz, pronto a intervenire ai primi segni di intossicazione. Comincia per primo Dzhanibekov, mentre Savinikh lo sorveglia.

Dalla Terra, il controllo missione a un certo punto chiede a Dzhanibekov di provare a sputare e vedere se la saliva ghiaccia. “Sì, in tre secondi”, risponde il cosmonauta. “Questo non ci conforta affatto”, gli dicono da Terra. “Neanche noi”, ribatte laconico Dzhanibekov. Fa talmente freddo nella Salyut che i cosmonauti sono costretti a indossare le tute termiche, i guanti e il colbacco, rifugiandosi nella Soyuz per riscaldarsi durante le ore di riposo.


Vladimir Dzhanibekov lavora al freddo dentro la Salyut-7 per ripararla.

Nei giorni successivi i due cosmonauti troveranno che sei batterie elettriche su otto sono ancora recuperabili, per cui le collegheranno direttamente ai pannelli solari e poi useranno i motori di manovra della Soyuz per orientare l’intera stazione in modo che i pannelli siano rivolti verso il sole. Dopo un giorno di questa ricarica improvvisata, le batterie saranno sufficienti a riaccendere le luci di bordo della stazione e a iniziare la graduale riattivazione degli impianti di bordo: ventilazione, rigeneratori per purificare l’aria, apparati di comunicazione (che dovranno essere sostituiti perché andati in corto circuito), riscaldatori.

Dopo sei giorni di duro lavoro, l’acqua di bordo comincerà a sciogliersi, appena prima di esaurirne le scorte, e il sistema di attracco automatico tornerà a funzionare, consentendo quindi il successivo attracco delle navicelle automatiche Progress che riforniranno la stazione, portando anche tute spaziali di ricambio (quelle della Salyut sono rovinate dal gelo). Il riscaldatore per l’acqua è distrutto, per cui i cosmonauti si ingegneranno scaldando i liquidi con una potente lampada per le riprese televisive fino all’arrivo dei ricambi a bordo della prima Progress a fine giugno del 1985. Ma pian piano la sfida impossibile di ridare vita a una stazione morta verrà vinta e la Salyut-7 tornerà in vita.


La Salyut-7 riparata, vista dall’equipaggio della Soyuz T-13.

Alla fine di tutta questa fatica, i due cosmonauti non torneranno subito a casa a riprendersi dall’avventura, ma resteranno a lungo nello spazio, nella casa orbitante che hanno riparato: Dzhanibekov rimarrà a bordo della Salyut-7 per 110 giorni e Savinikh per 168. I due verranno raggiunti e poi sostituiti da altri cosmonauti, che si avvicenderanno fino a luglio del 1986. L’enorme lavoro di riparazione svolto verrà tenuto pressoché segreto.

Grazie al coraggio e talento di Dzhanibekov e Savinikh, la Salyut-7 diventerà la più longeva di tutte le Salyut, restando operativa per otto anni (più di ogni altra stazione fino a quel momento, compreso lo Skylab statunitense). Il record verrà battuto soltanto dalla futura Mir e poi dalla Stazione Spaziale Internazionale.

Prima di precipitare sulla Terra nel 1991, infine, la Salyut-7 sarà coprotagonista di un altro primato tuttora ineguagliato: un doppio trasferimento di equipaggio da una stazione spaziale a un’altra. A marzo del 1986, Leonid Kizim e Vladimir Solovyov (gli stessi del record di durata) partiranno dalla Terra con la Soyuz T-15, visiteranno prima la nuova stazione Mir per due mesi e poi voleranno alla Salyut-7, a 4000 chilometri di distanza e su un’orbita più bassa, restandovi un mese e mezzo per completare il lavoro degli equipaggi precedenti, ripartendo poi con quasi 400 chili di materiali ed esperimenti di bordo verso la Mir, compiendo un delicatissimo balletto orbitale a tre. Nessun altro, nei decenni successivi, tenterà un’impresa del genere.

La Salyut-7, arrivata a fine vita, precipiterà sulla Terra a febbraio del 1991 e alcuni suoi frammenti cadranno in Argentina, concludendo con un ultimo spettacolo di stelle cadenti artificiali uno dei più avventurosi e meno conosciuti capitoli dell’astronautica e lasciando in eredità lezioni di coraggio, bravura e tenacia di progettisti, tecnici, controllori di missione e cosmonauti che verranno rispecchiate nella futura Stazione Spaziale Internazionale.


Fonti: New York Times, 7 febbraio 1991; Salyut 7, NASA; Mir Hardware Heritage, NASA, pp. 99-102; The little-known Soviet mission to rescue a dead space station, Nickolai Belakovski; People in the Control Loop, Boris Chertok, in Rockets and People, NASA.

2017/04/12

12 aprile 1981 - STS-1, primo volo nello spazio dello Space Shuttle

Questa storia è tratta dal libro digitale Almanacco dello Spazio.

Dopo anni di sviluppo, sperimentazione e collaudi in planata atmosferica, ha luogo il primo volo spaziale dello Space Shuttle statunitense: il Columbia si leva dalla Rampa A del Complesso di Lancio 39 del Kennedy Space Center e in otto minuti porta nello spazio John Young (veterano di quattro voli spaziali, con Gemini 3 e 10 e con Apollo 10 e 16) e Bob Crippen (al suo primo volo nello spazio) per la missione STS-1 (STS sta per Space Transportation System) . Sarà la prima di ben 135 missioni orbitali che verranno effettuate nell’arco dei successivi trent’anni dalla flotta degli Shuttle che verranno man mano costruiti (oltre al Columbia ci saranno poi Atlantis, Challenger, Endeavour e Discovery).

In questa prima impresa spaziale il Columbia vola per due giorni, 6 ore e 20 minuti ed effettua 37 orbite, rientrando e planando sulla pista 23 presso la base militare Edwards in California il 14 aprile.

Il primo decollo dello Shuttle Columbia.
Il volo di debutto del Columbia avviene esattamente a vent’anni di distanza dallo storico primo volo spaziale di un essere umano, il russo Yuri Gagarin con la Vostok 1, ma si tratta di una coincidenza: la data di lancio prevista inizialmente per il Columbia era il 10 aprile, ma un malfunzionamento di uno dei computer di bordo ha imposto un rinvio di due giorni.

“Che bel modo di arrivare in California” (“What a way to come to California”) esclama Bob Crippen all’atterraggio. Young, invece, commenta così il volo: “Il sogno vive” (“The dream is alive”).

La missione è costellata di primati:

- è il primo volo spaziale con equipaggio da parte degli Stati Uniti dopo sei anni di pausa (il volo precedente era stato l’Apollo-Soyuz nel 1975);

- è la prima volta che un veicolo spaziale statunitense trasporta un equipaggio durante il volo inaugurale;

- è la prima volta che la NASA usa motori a propellente solido per un lancio con equipaggio;

- è la prima volta che un equipaggio rientra da un volo orbitale usando un veicolo dotato di ali, che effettua una planata e atterra su una pista come un aliante, invece di una capsula che precipita dallo spazio e poi tocca terra o ammara appesa a dei paracadute;

- è il primo volo di un veicolo orbitale riutilizzabile (soltanto il grande serbatoio esterno viene eliminato a ogni lancio, mentre i razzi laterali a propellente solido ricadono nell’oceano sotto dei paracadute e vengono recuperati);

- è il primo volo orbitale di un aereo-razzo.

- il Columbia è il veicolo spaziale più pesante mai lanciato e riportato a terra fino a quel momento (96 tonnellate, esclusi i razzi laterali e il serbatoio esterno); è il primo veicolo spaziale a usare uno scudo termico ceramico riutilizzabile; è il primo aereo-razzo a volare in atmosfera a oltre 10 volte la velocità del suono; ed è il primo veicolo spaziale a usare un sistema di manovra interamente digitale fly-by-wire, progenitore di quelli usati oggi sugli aerei di linea.

La tecnologia avanzatissima (per l’epoca) dello Shuttle non è priva di rischi, dettati non solo dai finanziamenti insufficienti, che impongono scelte tecniche meno caute, ma anche dai requisiti estremi imposti dal Dipartimento della Difesa statunitense, che intende usare il veicolo per missioni militari: durante il volo inaugurale e anche in quelli successivi, molte piastrelle dello scudo termico si staccheranno o verranno asportate dalla violenza del decollo.

Nel 2003 John Young rivelerà che durante questo primo volo del Columbia la protezione termica ha una falla che permette a dei gas roventi di penetrare nel vano del carrello destro, facendolo cedere parzialmente.

Il fatto stesso di mettere degli astronauti a bordo di un veicolo spaziale radicalmente nuovo che non ha mai volato prima, invece di effettuare un volo di verifica generale senza equipaggio, denota un’accettazione del rischio molto diversa da quella consueta della NASA, tanto che la NASA stessa definisce questa missione “il volo di collaudo più coraggioso della storia”.

L’America ritorna nello spazio, e il debutto del Columbia offre momenti di entusiasmo che però cederanno poi il passo alla realtà. Far volare “una farfalla legata ad un proiettile”, come la descrivono i suoi equipaggi, come se fosse un camion spaziale è un’impresa che spinge ogni volta al limite le risorse tecniche e umane dell’ente spaziale statunitense.

La manutenzione del veicolo per riportarlo in condizioni di volo si rivelerà molto più complessa e costosa del previsto, rendendo impossibile arrivare alla frequenza di voli quasi settimanale annunciata all’inizio del progetto. La flotta Shuttle non raggiungerà mai i livelli di affidabilità attesi e le riduzioni di costo previste e causerà la morte di quattordici astronauti in due incidenti (Challenger, 1986, e Columbia, 2003).

A causa di questi problemi, i lanci militari previsti dalla base californiana di Vandenberg non avverranno mai, nonostante sia stata costruita un’apposita rampa di lancio, e il Dipartimento della Difesa tornerà gradualmente a usare vettori non riutilizzabili e senza equipaggio. Ma lo Shuttle e la sua grande capacità di trasporto (sia dalla Terra, sia verso la Terra), insieme all’insostituibile versatilità dei suoi equipaggi, daranno vita a moltissimi progetti spaziali, come il telescopio spaziale Hubble, i laboratori Spacehab e Spacelab, le sonde Galileo e Magellan e quasi tutta la Stazione Spaziale Internazionale.

Il Columbia volerà in tutto 28 volte, per un totale di poco meno di 301 giorni nello spazio, e concluderà tragicamente la propria storia disintegrandosi durante il rientro l’1 febbraio 2003, portando con sé i sette membri del proprio equipaggio. Ma questo, in un giorno festoso di aprile del 1981, non lo sa ancora nessuno.

2017/04/05

5 aprile 1975 - Soyuz-18A, primo rientro d’emergenza di un equipaggio

Questa storia è tratta dal libro digitale Almanacco dello Spazio.

Per la prima volta un volo spaziale con equipaggio viene costretto a un drammatico rientro d’emergenza dopo il decollo: la Soyuz 18A, 18-1 o 7K-T numero 39 (la denominazione esatta è incerta perché i russi danno un numero solo alle missioni concluse con successo) decolla per portare alla stazione spaziale sovietica Salyut-4 Vasili Lazarev, comandante della missione e maggiore dell’aviazione sovietica, e Oleg Makarov, ingegnere di volo civile, per restarvi 60 giorni.

Ma quattro minuti e 48 secondi dopo il decollo, alla quota di 145 km, la separazione del terzo stadio dal secondo non avviene correttamente: si aprono solo tre dei sei agganci che tengono uniti i due stadi. Il motore del terzo stadio si accende mentre il secondo è ancora agganciato. La spinta del motore del terzo stadio spezza gli agganci rimasti, sganciando il secondo stadio, ma la sollecitazione inattesa fa deviare il veicolo dalla traiettoria prevista. Sette secondi dopo la mancata separazione, il sistema di guida della Soyuz rileva l’anomalia e attiva un programma di abort (interruzione d’emergenza).

A questo punto del volo il razzo d’emergenza collocato sopra il veicolo è già stato sganciato e quindi è necessario ricorrere al motore principale della Soyuz stessa, separando il veicolo dal terzo stadio e poi separando il modulo orbitale e quello di servizio dalla capsula di rientro. Al momento di queste separazioni il veicolo è già puntato verso la Terra e questo accelera fortemente la sua discesa: invece della decelerazione di 15 g prevista per questa situazione, già estremamente violenta, gli astronauti subiscono fino a 21,3 g.

Nonostante il sovraccarico, i paracadute della capsula si aprono correttamente e rallentano la caduta del veicolo, che torna a terra dopo soltanto 21 minuti di volo.

Ma i guai di Lazarev e Makarov non sono finiti: la capsula cade su un pendio innevato e rotola verso uno strapiombo alto 150 metri finché i paracadute s’impigliano nella vegetazione e trattengono il veicolo spaziale.

L’equipaggio si trova immerso nella neve alta fino al petto e a −7 °C, per cui indossa l’abbigliamento termico d’emergenza. Inizialmente teme di essere finito in territorio cinese, in un momento in cui i rapporti fra Unione Sovietica e Cina sono molto ostili, e quindi si affretta a distruggere i documenti riguardanti un esperimento militare che si sarebbe dovuto svolgere durante la missione.

In realtà l’atterraggio è avvenuto in territorio sovietico, a sud-ovest di Gorno-Altaisk, circa 830 km a nord del confine con la Cina e a circa 1500 km dalla base di lancio, ma i cosmonauti non lo sanno fino a quando viene conseguito il contatto radio con un elicottero di soccorso, il cui equipaggio li informa sul luogo di atterraggio. Lazarev e Makarov sono in patria, ma la zona è talmente impervia che non vengono recuperati fino all’indomani.

Inizialmente le autorità sovietiche dichiarano che i cosmonauti non hanno subito lesioni, ma emergerà poi che Lazarev ha subito traumi a causa dell’elevatissima decelerazione. Makarov, invece, tornerà a volare con le Soyuz 26, 27 e T-3.

La censura sovietica nasconde la serietà dell’incidente all’opinione pubblica nazionale fino al 1983: all’indomani del lancio i giornali russi si limitano a scrivere in seconda pagina, con un titolo piccolo e blandissimo (“Comunicato dal centro di controllo del volo”) che lo fa passare pressoché inosservato, che “durante il percorso del terzo stadio del razzo i parametri della traiettoria hanno deviato da quelli prestabiliti e un meccanismo automatico ha fatto interrompere il volo, distaccando la cabina spaziale in modo che scendesse a terra. L’atterraggio morbido è avvenuto a sud-ovest di Gorno-Altaisk (Siberia occidentale). I servizi di ricerca e soccorso hanno ricondotto al cosmodromo i due cosmonauti, che stanno bene”.

Gli Stati Uniti, invece, vengono avvisati sommariamente il 7 aprile, dopo il recupero dell’equipaggio, ma chiedono maggiori chiarimenti, perché sono in corso i preparativi per una storica missione spaziale congiunta fra russi e americani, l’Apollo-Soyuz Test Project, che dovrà decollare tre mesi dopo. Nel rapporto sovietico l’emergenza viene definita semplicemente “anomalia del 5 aprile” .

L’equipaggio protagonista della “anomalia del 5 aprile”.
La Stampa dell'8 aprile 1975 (credit: GA).
Fonti: SSA; James Oberg; TASS/La Stampa, 8 aprile 1975, tramite GA.

2017/02/28

28 febbraio 1966 - Muoiono gli astronauti Gemini Charles Bassett ed Elliott See

Questa storia è tratta dal libro digitale Almanacco dello Spazio.

Gli astronauti statunitensi Charles Bassett II ed Elliott See, scelti come equipaggio primario della futura missione Gemini 9, muoiono nello schianto del loro aereo T-38.

See, 38 anni, e Bassett, 34 anni, sono partiti intorno alle sette di mattina dalla base di Ellington, diretti allo stabilimento della McDonnell a St. Louis, a bordo di un addestratore T-38, accompagnati dall’equipaggio di riserva, Tom Stafford e Gene Cernan, su un altro T-38. Devono trascorrere a St. Louis una decina di giorni per ispezionare la loro capsula Gemini ed addestrarsi nel simulatore.

Alla partenza il tempo è ottimo, ma a St. Louis piove; le nuvole sono basse (a 600 metri di quota) e la visibilità è scarsa. All’arrivo sopra la base aerea di Lambert Field, poco prima delle nove, i due jet si trovano troppo vicini alla fine della pista d’atterraggio e così See vira a sinistra, stando sotto le nuvole, mentre Stafford si arrampica e rientra nelle nubi per tentare un altro avvicinamento, cosa che gli riesce senza problemi.

Ma la virata di See porta il suo T-38 vicino all’Edificio 101 della McDonnell, dove i tecnici stanno lavorando proprio alla capsula Gemini che dovrà portare See e Bassett nello spazio. Rendendosi forse conto di star perdendo quota troppo rapidamente, See accende i postbruciatori e tenta di virare bruscamente a destra, ma è troppo tardi: l’aereo colpisce il tetto dell’edificio con un’ala e si schianta, incendiandosi e uccidendo Bassett e See. Frammenti del loro aereo colpiscono la capsula Gemini. See viene sbalzato fuori dall’aereo; il suo cadavere viene ritrovato in un parcheggio adiacente. La testa di Bassett viene trovata incastrata fra le travi del tetto dell’Edificio 101. Se l’aereo fosse stato leggermente più basso, avrebbe distrutto la capsula e soprattutto ucciso decine di specialisti che vi lavoravano, mettendo in crisi l’intero progetto di arrivare alla Luna.

Non è il primo incidente che tronca la vita di un astronauta: era già successo con Theodore Freeman nel 1964. Ma è la la prima volta che la NASA si trova costretta a rimpiazzare l’equipaggio primario di una missione con quello di riserva. Stafford e Cernan voleranno nello spazio con la Gemini 9 e diventeranno i primi ad effettuare con successo tre rendez-vous; in seguito voleranno insieme fino alla Luna con Apollo 10.

L’incidente aereo innesca un effetto domino che cambia il corso della storia: senza la morte di Bassett e See, per esempio, Buzz Aldrin non sarebbe stato scelto come membro di riserva per Gemini 9 e non avrebbe volato con la Gemini 12 a novembre del 1966; probabilmente non sarebbe stato il pilota del modulo lunare di Apollo 11 e quindi non sarebbe stato il secondo uomo a camminare sulla Luna. Inoltre Gene Cernan probabilmente non sarebbe stato l’ultimo uomo sulla Luna. Aldrin, amico e vicino di casa di Bassett, non dimenticherà mai che la propria presenza nei libri di storia è frutto involontario di questa tragedia.

See e Bassett verranno sepolti al Cimitero Nazionale di Arlington, uno vicino all’altro. I loro nomi non sono noti ai più, forse perché sono morti prima di andare nello spazio, ma sono incisi nello Space Mirror Memorial al Centro Spaziale Kennedy, insieme a tutti gli altri astronauti deceduti nello svolgimento del proprio compito, e sono stati portati sulla Luna dagli astronauti di Apollo 15 nella targa che accompagna la statuetta Fallen Astronaut collocata nei pressi della Hadley Rille.



Elliott See (a sinistra) e Charles Bassett II (a destra).

2017/02/01

1 febbraio 2003 - Il disastro del Columbia

Questa storia è tratta dal libro digitale Almanacco dello Spazio.

Lo Shuttle Columbia si disintegra durante il rientro al termine della missione STS-107. Muoiono tutti e sette i membri dell’equipaggio: Rick Husband, William McCool, Michael Anderson, Kalpana Chawla, David Brown, Laurel Clark e Ilan Ramon.

Durante il decollo, il 16 gennaio 2003, il Columbia era stato colpito all’ala sinistra da un frammento della schiuma isolante dei supporti del grande serbatoio di propellente che accompagna la navetta. Il danno era sembrato a prima vista trascurabile e la fase orbitale della missione era stata completata normalmente, ma l’impatto aveva in realtà aperto un varco nel bordo d’attacco dell’ala.

Attraverso questo varco, durante il rientro, è penetrata l’aria rovente che circondava il velivolo, fondendo la struttura dall’interno. L’ala si è spezzata e lo Shuttle, privo di controllo, si è disintegrato mentre planava a venti volte la velocità del suono, a circa 70 chilometri di quota.

Nei giorni successivi circoleranno le ipotesi più strane e alcuni giornali pubblicheranno falsi scoop sul disastro. Il 30 dicembre 2008 verrà pubblicato il rapporto finale della NASA sulle cause della perdita dell’equipaggio e del veicolo.

Il rapporto (parzialmente censurato per quanto riguarda i dettagli personali dei resti degli astronauti) documenterà che l’equipaggio è perito per l’improvvisa perdita d’ossigeno in cabina e per gli impatti traumatici dovuti al distacco dell’abitacolo dal resto del veicolo, come già appurato dalla prima indagine svolta subito dopo il disastro, ma aggiungerà che i piloti si sono resi conto dei primi sintomi di cedimento della struttura circa un minuto prima della disintegrazione del velivolo e hanno tentato di rimediarvi fino all’ultimo istante, dimostrando una determinazione straordinaria.

Il rapporto rivelerà inoltre che gli astronauti sono sopravvissuti alla frammentazione iniziale del Columbia, quando il modulo abitato del veicolo, contenente le due cabine dell’equipaggio, si è staccato praticamente integro dal resto della fusoliera ed è restato intero per circa 38 secondi, precipitando per 20 chilometri, privo di energia e senza contatto radio. La sua disgregazione è durata altri 24 secondi circa.

Le cabine, però, si sono depressurizzate così rapidamente che l’equipaggio ha perso conoscenza prima di poter attivare le tute pressurizzate. È presumibile che nessuno abbia ripreso conoscenza. In ogni caso, la rotazione incontrollata della struttura ha sottoposto i corpi degli astronauti a traumi letali, scuotendone violentemente il tronco e la testa.

Il rapporto sembrerà indicare, in modo piuttosto sorprendente, che l’equipaggio sarebbe forse sopravvissuto ai traumi della disgregazione del veicolo se fosse stato protetto dai suoi primi effetti fisici e termici mediante una struttura più resistente, sistemi di ritenzione più efficaci che bloccassero il corpo contro gli scuotimenti (casco imbottito su misura e cinture di sicurezza integrali) e tute sigillate e pressurizzate. Tuttavia queste misure sarebbero state in contrasto con le procedure di rientro dello Shuttle, che prevedono che l’equipaggio debba essere sostanzialmente libero di muoversi in cabina e non sia chiuso nelle tute pressurizzate.

Il rapporto contribuirà anche a sfatare il mito della disintegrazione totale di un veicolo spaziale al rientro nell’atmosfera. Molti resti della cabina, nonché i resti degli astronauti, verranno recuperati intatti e privi di segni di combustione o surriscaldamento. L’orologio da polso portato in orbita dall’astronauta David Brown come regalo di compleanno per un ingegnere del centro spaziale Kennedy verrà recuperato quasi integro, con le lancette bloccate alle 9:06.

Questo secondo incidente mortale con uno Shuttle (dopo quello del Challenger nel 1986) sarà l’inizio della fine per questo veicolo eccezionale.

Su Marte oggi ci sono le Columbia Hills in ricordo in onore dell’equipaggio perduto.

L’equipaggio della missione STS-107, fotografato a ottobre del 2001: da sinistra, David Brown, Rick Husband, Laurel Clark, Kalpana Chawla, Michael Anderson, William McCool, Ilan Ramon.
A bordo del Columbia prima del rientro fatale.
La scia di frammenti che pochi minuti prima era uno Shuttle con sette persone a bordo.
Fonti: video del Controllo Missione; Planetary Society.

2017/01/27

27 gennaio 1967 - L’incendio mortale di Apollo 1

Questa storia è tratta dal libro digitale Almanacco dello Spazio.

Gus Grissom, Ed White e Roger Chaffee, i tre astronauti assegnati alla missione Apollo 204 (successivamente rinominata Apollo 1), primo volo orbitale con equipaggio del veicolo Apollo che dovrebbe portare l’America sulla Luna, muoiono nell’incendio della capsula nella quale sono sigillati da un triplice portello, durante una prova tecnica a terra, sulla Rampa 34 del centro di lancio di Cape Kennedy. Sono le 18:31 ora locale; in Italia sono le 00:31 del 28 gennaio.



Ed White, Gus Grissom e Roger Chaffee.

L’incendio, violentissimo, è innescato da una scintilla prodotta nei cavi elettrici a contatto con i materiali infiammabili della capsula Apollo, che ardono violentemente nell’atmosfera di ossigeno puro a 1,13 atmosfere: una pressione superiore a quella atmosferica normale al livello del mare, necessaria per le esigenze della prova in corso. I soccorritori impiegano cinque interminabili minuti a farsi largo tra le fiamme e il fumo e ad aprire i complicatissimi portelli d’accesso, ma è troppo tardi: gli astronauti muoiono per asfissia in meno di un minuto.



L’interno carbonizzato della capsula Apollo nella quale perirono Grissom, White e Chaffee.

È il primo incidente mortale direttamente causato dal programma spaziale statunitense: altri astronauti sono periti prima di Grissom, White e Chaffee, ma in incidenti aerei.

L’incendio sarebbe stato perfettamente evitabile se solo fossero state rispettate le buone norme di sicurezza e di progettazione, messe in disparte dalla “go fever”, la febbre di andare verso la Luna a qualunque costo. Lo shock per chi lavora alla NASA è talmente potente che per decenni questo disastro sarà ricordato chiamandolo semplicemente e sommessamente The Fire (“l’Incendio”). Tutti sanno cosa s’intende.

La tragedia avrà un enorme impatto sull’opinione pubblica mondiale e imporrà un drastico riesame delle procedure NASA e di tutti i materiali usati per la capsula Apollo, che probabilmente contribuirà ad evitare disastri durante i voli spaziali veri e propri. Il rapporto della NASA sul disastro (Report of Apollo 204 Review Board – Findings, Determinations and Recommendations) descriverà senza mezzi termini “carenze di progettazione, fabbricazione, installazione, rilavorazione e controllo qualità... assenza di soluzioni progettuali di protezione antincendio... installazione di componenti non certificati”.

Nel corso dei 21 mesi che trascorreranno prima del primo volo con equipaggio, Apollo 7, tutti i materiali infiammabili verranno rimpiazzati adottando alternative autoestinguenti, le tute in nylon verranno sostituite con modelli in materiale non infiammabile e resistente alle alte temperature e il portello verrà riprogettato per aprirsi verso l’esterno in meno di dieci secondi. Per le missioni successive verrà usata una miscela di ossigeno e azoto (60/40%) al decollo, sostituita per il resto del volo con ossigeno puro a pressione ridotta (0,33 atm).



La capsula Apollo 1 parzialmente smontata dopo il disastro.

Grissom e White erano veterani dello spazio ed eroi nazionali: Grissom, 40 anni, era stato il secondo americano a volare nello spazio, con una capsula monoposto missione Mercury, ed aveva effettuato con John Young il volo inaugurale delle capsule Gemini (con la missione Gemini 3); Ed White, 36 anni, aveva compiuto la prima “passeggiata spaziale” statunitense e la seconda al mondo durante la missione Gemini 4). Roger Chaffee, 31 anni, non aveva ancora volato nello spazio ed era considerato uno dei massimi esperti nei sistemi di comunicazione e manovra del programma Apollo.

Gus Grissom e Roger Chaffee sono sepolti ad Arlington; la tomba di Ed White è a West Point.

Una replica della capsula verrà esposta al Tellus Science Museum di Cartersville, in Georgia; il veicolo originale, dopo le perizie, verrà custodito per decenni dalla NASA al Langley Research Center, in Virginia, in un contenitore ermetico all’interno di un capannone fatiscente. Il 17 febbraio 2007 verrà traslocato in una struttura climatizzata adiacente.



Il capannone che custodirà la capsula Apollo 1 per quarant’anni. Credit: J.L. Pickering, Mark Gray.

Nei decenni successivi, Scott Grissom, figlio di Gus Grissom, sosterrà che l’incidente fu causato intenzionalmente per zittire gli astronauti prima che denunciassero la pericolosità e l’inadeguatezza della capsula Apollo, ma l’idea di insabbiare i difetti della capsula spaziale facendo morire gli astronauti in un rogo che rivela i difetti della capsula stessa non sembra particolarmente logica.

Il 27 gennaio 2017, in occasione del cinquantenario del disastro, i portelli originali della capsula verranno esposti al pubblico per la prima volta presso il Kennedy Space Center in un grande allestimento commemorativo intitolato Ad Astra per Aspera.



Grissom, White e Chaffee. Foto NASA S67-19771.

2017/01/18

18 gennaio 1969 - L’incidente segreto della Soyuz 5

Questa storia è tratta dal libro digitale Almanacco dello Spazio.

Drammatico rientro a Terra del veicolo spaziale sovietico Soyuz 5, che ha a bordo, da solo, il trentaquattrenne Boris Volynov: il modulo di servizio, che sta sul retro del veicolo, non si sgancia correttamente dalla capsula di rientro dopo l’inizio della manovra di discesa. Rimane attaccato alla capsula, e siccome è la parte del veicolo che offre la maggiore resistenza aerodinamica si dispone spontaneamente dietro, mettendo la capsula e Boris Volynov davanti. Ma questo assetto è il contrario di quello necessario per sopravvivere al rientro, perché la Soyuz a questo punto ha lo scudo termico dietro anziché davanti.

Il calore intensissimo del rientro agisce quindi sulla parte meno protetta della capsula: Volynov, invece di essere schiacciato contro il proprio sedile dalla decelerazione, viene spinto in senso contrario, contro le cinture di sicurezza che lo trattengono, e assiste impotente alla progressiva combustione delle guarnizioni del portello, che riempiono di fumo la capsula. Il cosmonauta, oltretutto, non ha una tuta pressurizzata che lo protegga.

I tecnici al Controllo Missione sovietico, informati via radio da Volynov della situazione, hanno già capito che non c’è nulla da fare e uno di loro si toglie il cappello, vi mette dentro tre rubli e lo passa agli altri per iniziare la colletta per l’imminente vedova.

Fortunatamente il calore esterno fonde i collegamenti fra il modulo di servizio e la capsula di rientro poco prima che ceda il portello e quindi il modulo di servizio si sgancia violentemente, permettendo alla capsula di riprendere il proprio assetto normale: il suo scudo termico, finalmente in posizione corretta, assorbe il calore prodotto dall’attraversamento dell’atmosfera e la capsula decelera, ma lo fa brutalmente, sottoponendo Volynov a ben 9 g, perché i razzi di manovra, che normalmente dovrebbero ridurre la decelerazione imponendo un assetto che genera portanza e quindi produce una planata, non funzionano: il loro propellente è stato esaurito dal computer di bordo nel vano tentativo di orientare correttamente la capsula mentre era ancora vincolata al modulo di servizio.

Non è finita: i cavi del paracadute della capsula si ingarbugliano parzialmente e i razzi che servono per la frenata finale sono danneggiati dal rientro e non funzionano, per cui l’impatto con il suolo è durissimo, anche se la neve lo smorza lievemente: Volynov viene sbalzato dal proprio sedile e si spezza alcuni denti. Oltretutto la capsula è atterrata nei monti Urali, a centinaia di chilometri dal punto previsto in Kazakistan, per cui i soccorsi non possono arrivare prontamente. Fuori la temperatura è -38 °C e nella capsula non c’è riscaldamento. Volynov viene raggiunto dai soccorritori circa un’ora dopo il suo fortunoso atterraggio.

Il disastro sfiorato verrà tenuto segreto dalle autorità sovietiche fino al 1997.

Le peripezie di Volynov non sono ancora finite: il 22 gennaio 1969 (v.) sarà coinvolto in un attentato al premier sovietico Brezhnev.

Illustrazione del rientro della Soyuz 5.
Boris Volynov.
Fonti: James Oberg, 2008; Il mistero dei cosmonauti perduti, Luca Boschini (2013), pag. 161; Astronautix; Sven Grahn; Soyuz: A Universal Spacecraft, Rex Hall e David Shayler, p. 155-156; Rockets and People, Volume 4, Boris Chertok, p. 187; The First Soviet Cosmonaut Team, Colin Burgess e Rex Hall (2009), pag. 290; Волынов. Падение из космоса, 2008; Spacefacts.