1976/10/16 - Soyuz-23 rientra e finisce in un lago

La Soyuz-23 riporta sulla Terra Vyacheslav Zudov e Valeri Rozhdestvensky dopo un’immissione in orbita non pienamente riuscita e un tentativo fallito di attracco alla stazione Salyut-5. Il rientro avviene di notte; il maltempo e il vento portano la Soyuz 120 km fuori rotta e la capsula finisce nel grande lago salato Tengiz, in gran parte ghiacciato, situato in Kazakistan, a 195 km a sud-est di Tselinograd. Nella zona è in corso una tempesta di neve e la temperatura è -22°C. La Soyuz-23 è a circa 8 km dalla sponda settentrionale. Il ghiaccio cede e il portello d’uscita della capsula finisce sott’acqua, per cui i cosmonauti non possono uscire.

A bordo c‘è ossigeno solo per due ore, ma la valvola di compensazione è al di sopra del livello dell’acqua e quindi possono aprirla ed estendere la propria riserva d‘aria per circa cinque ore. Nello strettissimo spazio della capsula, i cosmonauti lottano per togliersi le tute, ricorrendo alla fine ai coltelli per liberarsene e indossare indumenti più caldi e meno ingombranti. Per risparmiare ossigeno, smettono di muoversi e di parlare. L‘acqua salata attiva le cariche esplosive del paracadute di riserva, che si apre e si riempie d’acqua. Se la capsula affonda mentre la valvola di compensazione è aperta, i due cosmonauti annegheranno.

Vari tentativi delle squadre di soccorso di raggiungere la capsula falliscono: le luci di localizzazione della capsula si perdono nella nebbia fitta, i canotti usati per cercare di raggiungerla finiscono bloccati dal ghiaccio, e i veicoli anfibi portati per via aerea nelle vicinanze non riescono a raggiungere il lago a causa del pantano che lo circonda. Un soccorritore, calato da un elicottero, raggiunge la capsula e avvisa i due cosmonauti di indossare le tute di sopravvivenza in acqua, ma deve poi abbandonarli a causa del maltempo. I tentativi di recupero vengono rinviati all’indomani.

Zudov e Rozhdestvensky sono relativamente al sicuro nella capsula, ma il freddo inizia a penetrarla e le pareti si ghiacciano. Il veicolo è a corto di energia, per cui i cosmonauti sono costretti a spegnere tutto tranne una fioca luce di bordo. La carenza d’ossigeno si manifesta ben presto: Zudov e Rozhdestvensky parlano in modo incoerente, restando coscienti a malapena quanto basta per azionare periodicamente il rigeneratore d’ossigeno di bordo, e vanno avanti così per tutta la notte.

L’indomani dei sommozzatori raggiungeranno la capsula e vi attaccheranno dei galleggianti stabilizzatori. Aprire il portello da fuori sarà impraticabile, e la capsula risulterà troppo pesante per essere sollevata da un elicottero, a causa del paracadute di riserva stracarico d’acqua, e quindi verrà trascinata a riva. L’operazione richiederà 45 estenuanti minuti e la capsula rischierà di affondare più volte. Undici ore dopo il loro ammaraggio, i due cosmonauti verranno portati in salvo.

È il primo e unico ammaraggio (sia pure non intenzionale) dell’intero programma spaziale russo.

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Foto del recupero della Soyuz-23.

Fonte: Spacefacts; AmericaSpace; NHO.