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1967/04/30 - Prima immagine della Terra scattata da un altro corpo celeste

La sonda statunitense Surveyor 3 scatta dalla superficie della Luna un’immagine della Terra. È la prima in assoluto scattata dalla superficie di un corpo celeste; la sonda Lunar Orbiter aveva scattato la prima foto della Terra dall’orbita lunare solo otto mesi prima.

L’immagine acquisita dalla sonda.
Illustrazione dell’orientamento della Terra al momento dello scatto.

Fonte: Planetary Society.

1967/04/25 - Primo volo di ricerca NASA dell’XB-70 Valkyrie

Il bombardiere strategico trisonico statunitense XB-70 Valkyrie effettua il suo primo volo di ricerca per conto della NASA.

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Fonte: NHO.

1967/04/24 - Vladimir Komarov muore al rientro dallo spazio

Il cosmonauta Vladimir Komarov muore nello schianto al suolo della sua Soyuz-1 al termine del rientro dallo spazio. È il primo incidente mortale durante un volo spaziale.

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Komarov, che aveva già volato nello spazio con la Voskhod 1, è stato scelto per pilotare il nuovo veicolo spaziale dell’Unione Sovietica, la Soyuz. Ma il veicolo è stato realizzato in fretta, sotto la pressione dei politici che vogliono a tutti i costi un nuovo successo di propaganda spaziale: il 1967 è il cinquantenario della Rivoluzione Bolscevica ed è il decennale del lancio del primo satellite, lo Sputnik, ma sono passati due anni dall’ultimo volo spaziale con equipaggio dell’Unione Sovietica (la Voskhod 2, a marzo del 1965).

Il volo della Soyuz-1, che è partito dal cosmodromo di Baikonur il 23 aprile, è stato concepito come un’altra tappa trionfale della conquista sovietica del cosmo: un altro veicolo sovietico, con tre cosmonauti a bordo, avrebbe dovuto raggiungere Komarov in orbita, per poi effettuare un rendez-vous spettacolare.

Ma un comunicato congiunto dell’agenzia di stampa TASS e di Radio Mosca annuncia concisamente che "Il cosmonauta Vladimir Komarov è deceduto durante il completamento del volo di collaudo del veicolo spaziale Soyuz 1". Il lancio del secondo equipaggio, già annunciato, viene annullato.

I dettagli della tragedia verranno resi noti in seguito, ma solo gradualmente, nell’arco di quasi trent’anni. Le prime congetture occidentali parlano di una combustione della capsula durante il rientro; invece i sovietici fanno credere che per la Soyuz-1 si sia trattato soltanto di un difetto del paracadute di atterraggio, che in effetti non si è aperto correttamente e non ha frenato la capsula, facendola precipitare a velocità elevatissima e uccidendo il cosmonauta all’impatto con il suolo in Kazakistan. Tutta la parte precedente della missione, secondo le fonti sovietiche, sarebbe stata eseguita senza problemi. Ma la realtà è ben diversa.

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Quel che resta della Soyuz-1 e di Vladimir Komarov.
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La stampa italiana riporta la tragedia della Soyuz-1.

Infatti i guai al veicolo sono iniziati subito: uno dei due pannelli solari che alimentano la Soyuz-1 non si è aperto, dimezzando l’energia disponibile a bordo. Il pannello che non si è aperto ha ostruito i sensori ottici necessari per conoscere l’assetto del veicolo, orientarlo e stabilizzarlo. Komarov ha tentato di correggere il problema, ma il propellente di manovra rischiava di esaurirsi e le batterie non si caricavano a sufficienza.

Il Controllo Missione ha deciso di far rientrare Komarov in anticipo, alla diciassettesima orbita, dopo un giorno nello spazio. Ma i sistemi di bordo non hanno collaborato, anche a causa dell’asimmetria inattesa della Soyuz-1 (che aveva un pannello solare chiuso e uno aperto), e hanno interrotto la manovra di rientro avviata da Komarov. Da terra sono state inviate nuove istruzioni per ritentare il rientro alla diciannovesima orbita.

Anche il secondo tentativo di rientro ha avuto problemi: l’asimmetria del veicolo lo ha fatto deviare dalla traiettoria prevista e i sistemi automatici se ne sono accorti e hanno quindi interrotto l’accensione del motore di rientro.

L’effetto combinato delle due manovre parziali di rientro è stato comunque sufficiente a far ricadere il veicolo spaziale nell’atmosfera e i moduli della Soyuz-1 si sono separati correttamente, lasciando la capsula di discesa, contenente Komarov, libera di rientrare, usando lo scudo termico per frenare. Ma il paracadute pilota, che avrebbe dovuto estrarre quello principale, non lo ha fatto. La Soyuz-1 è dotata di un paracadute di riserva, che è stato azionato ma si è ingarbugliato nei cavi del paracadute pilota, per cui la capsula è precipitata praticamente in caduta libera. È presumibile che Komarov abbia avuto il tempo di rendersi conto del malfunzionamento e della propria fine imminente.

Lo schianto al suolo è stato violentissimo: la capsula, alta circa due metri, si è ridotta a un ammasso metallico alto 70 centimetri e i razzi di frenata sono esplosi, distruggendo quel poco che restava. Di Komarov sono rimasti soltanto frammenti carbonizzati.

Le indagini sul disastro riveleranno che il sistema dei paracadute era intrinsecamente difettoso e non era mai stato collaudato nel suo complesso, e che anche il veicolo gemello, la Soyuz-2, aveva lo stesso difetto: se fosse stato lanciato, i suoi cosmonauti avrebbero fatto la fine di Komarov.

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Passerà un anno e mezzo, fino a ottobre del 1968, prima che una Soyuz torni a volare nello spazio. La Soyuz, rimodernata e riprogettata, diventerà uno dei veicoli più affidabili e longevi della storia spaziale, con cinquant’anni di attività. Ma prima di arrivare a questo traguardo chiederà un altro tributo di sangue: la Soyuz-11, nel giugno del 1971.

Fonti: Space Safety Magazine; Russian Space Web; David Shayler, Disasters and Accidents in Manned Spaceflight, p. 371; documentario russo (video); GA; GA; GA; GA; NASA.

1967/04/23 - Partenza della Soyuz-1

Decollo della Soyuz-1 sovietica, che porta a bordo il cosmonauta Vladimir Komarov. La missione di collaudo del nuovo veicolo spaziale incontrerà una lunga serie di problemi e difetti e Komarov rientrerà l’indomani. Durante il rientro il paracadute non si aprirà completamente e Komarov morirà nell’impatto al suolo della capsula.

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La Soyuz-1 sulla rampa di lancio.
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La stampa italiana sottolinea il volo di Komarov con un nuovo veicolo e i piani di rendez-vous.

Fonti: SSA; Ron Baalke; GA.

1967/04/20 - La Surveyor 3 atterra sulla Luna tre volte

La sonda statunitense Surveyor 3, lanciata il 17 aprile 1967, atterra sulla Luna, nell’Oceano delle Tempeste: è il secondo veicolo della serie Surveyor ad effettuare un allunaggio morbido. La missione è concepita per preparare gli atterraggi con equipaggio, sviluppando la conoscenza della superficie lunare e trasmettendo immagini televisive dalla Luna.

La sonda effettua anche delle prove di riflettività radar e di capacità di carico della superficie; dopo l’atterraggio, un suo braccio manipola la superficie mentre viene ripreso dalla telecamera di bordo per documentare la consistenza dei materiali superficiali lunari.

In realtà la sonda "atterra" tre volte: i razzi di manovra non si spengono dopo il primo contatto con la superficie e quindi il veicolo si risolleva, riatterrando prima a 20 metri dal punto di contatto iniziale e poi a 11 metri dal secondo punto di contatto. I motori vengono spenti 34 secondi dopo il primo contatto grazie a un comando inviato da Terra.

La Surveyor 3 continua a funzionare per tutto il lungo giorno lunare fino al tramonto locale, che avviene il 3 maggio 1967. Scava nel terreno fino a 18 cm di profondità e trasmette 6326 immagini televisive, che includono foto di un’eclissi di Sole da parte della Terra. Gli ultimi dati arrivano il 4 maggio 1967; la sonda non darà più segni di vita. Verrà visitata due anni dopo dagli astronauti Alan Bean e Pete Conrad di Apollo 12.

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La Surveyor, alta circa 3 metri, fotografata sulla Terra.
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La Surveyor 3 fotografata sulla Luna nel 1969.

Fonti: NHO; video del saggio della superficie lunare; NASA.

1967/04/05 - Pubblicato il rapporto sulla tragedia di Apollo 1

L’Apollo 204 Review Board, la commissione d’indagine istituita in seguito all’incendio della capsula Apollo 1 che è costato la vita a Gus Grissom, Ed White e Roger Chaffee, pubblica il proprio rapporto finale.

Fonti: NHO.

1967/01/27 - L’incendio mortale di Apollo 1

Gus Grissom, Ed White e Roger Chaffee, i tre astronauti assegnati alla missione Apollo 204 (successivamente rinominata Apollo 1), primo volo orbitale con equipaggio del veicolo Apollo che dovrebbe portare l’America sulla Luna, muoiono nell’incendio della capsula nella quale sono sigillati da un triplice portello, durante una prova tecnica a terra, sulla Rampa 34 del centro di lancio di Cape Kennedy. Sono le 18:31 ora locale; in Italia sono le 00:31 del 28 gennaio.

Ed White, Gus Grissom e Roger Chaffee.

L’incendio, violentissimo, è innescato da una scintilla prodotta nei cavi elettrici a contatto con i materiali infiammabili della capsula Apollo, che ardono violentemente nell’atmosfera di ossigeno puro a 1,13 atmosfere: una pressione superiore a quella atmosferica normale al livello del mare, necessaria per le esigenze della prova in corso. I soccorritori impiegano cinque interminabili minuti a farsi largo tra le fiamme e il fumo e ad aprire i complicatissimi portelli d’accesso, ma è troppo tardi: gli astronauti muoiono per asfissia in meno di un minuto.

L’interno carbonizzato della capsula Apollo nella quale sono periti Grissom, White e Chaffee.

È il primo incidente mortale direttamente causato dal programma spaziale statunitense: altri astronauti sono periti prima di Grissom, White e Chaffee, ma in incidenti aerei.

L’incendio sarebbe stato perfettamente evitabile se solo fossero state rispettate le buone norme di sicurezza e di progettazione, messe in disparte dalla “go fever”, la febbre di andare verso la Luna a qualunque costo. Lo shock per chi lavora alla NASA è talmente potente che per decenni questo disastro sarà ricordato chiamandolo semplicemente e sommessamente The Fire (“l’Incendio”). Tutti sanno cosa s’intende.

La tragedia avrà un enorme impatto sull’opinione pubblica mondiale e imporrà un drastico riesame delle procedure NASA e di tutti i materiali usati per la capsula Apollo, che probabilmente contribuirà ad evitare disastri durante i voli spaziali veri e propri. Il rapporto della NASA sul disastro (Report of Apollo 204 Review Board – Findings, Determinations and Recommendations) descriverà senza mezzi termini “carenze di progettazione, fabbricazione, installazione, rilavorazione e controllo qualità... assenza di soluzioni progettuali di protezione antincendio... installazione di componenti non certificati”.

Nel corso dei 21 mesi che trascorreranno prima del primo volo con equipaggio, Apollo 7, tutti i materiali infiammabili verranno rimpiazzati adottando alternative autoestinguenti, le tute in nylon verranno sostituite con modelli in materiale non infiammabile e resistente alle alte temperature e il portello verrà riprogettato per aprirsi verso l’esterno in meno di dieci secondi. Per le missioni successive verrà usata una miscela di ossigeno e azoto (60/40%) al decollo, sostituita per il resto del volo con ossigeno puro a pressione ridotta (0,33 atm).

La capsula Apollo 1 parzialmente smontata dopo il disastro.

Grissom e White erano veterani dello spazio ed eroi nazionali: Grissom, 40 anni, era stato il secondo americano a volare nello spazio, con una capsula monoposto missione Mercury, ed aveva effettuato con John Young il volo inaugurale delle capsule Gemini (con la missione Gemini 3); Ed White, 36 anni, aveva compiuto la prima “passeggiata spaziale” statunitense e la seconda al mondo durante la missione Gemini 4). Roger Chaffee, 31 anni, non aveva ancora volato nello spazio ed era considerato uno dei massimi esperti nei sistemi di comunicazione e manovra del programma Apollo.

Gus Grissom e Roger Chaffee sono sepolti ad Arlington; la tomba di Ed White è a West Point.

Una replica della capsula verrà esposta al Tellus Science Museum di Cartersville, in Georgia; il veicolo originale, dopo le perizie, verrà custodito per decenni dalla NASA al Langley Research Center, in Virginia, in un contenitore ermetico all’interno di un capannone fatiscente. Il 17 febbraio 2007 verrà traslocato in una struttura climatizzata adiacente.

Il capannone che custodirà la capsula Apollo 1 per quarant’anni. Credit: J.L. Pickering, Mark Gray.

Nei decenni successivi, Scott Grissom, figlio di Gus Grissom, sosterrà che l’incidente fu causato intenzionalmente per zittire gli astronauti prima che denunciassero la pericolosità e l’inadeguatezza della capsula Apollo, ma l’idea di insabbiare i difetti della capsula spaziale facendo morire gli astronauti in un rogo che rivela i difetti della capsula stessa non sembra particolarmente logica.

Il 27 gennaio 2017, in occasione del cinquantenario del disastro, i portelli originali della capsula verranno esposti al pubblico per la prima volta presso il Kennedy Space Center in un grande allestimento commemorativo intitolato Ad Astra per Aspera.

Grissom, White e Chaffee. Foto NASA S67-19771.

Fonti: Klabs.org; NASA; SSA; SSA; CollectSpace; Scientific American; CollectSpace; Roger Launius, 2014; Archive.org (serie di foto); About.com; CollectSpace; CollectSpace; Apolloarchive.